Frati riforma la Sapienza: i sani principi del potrei ma non voglio.


Alcuni rischi si presentano perfettamente controllabili

finché rimangono sconosciuti in modo sistematico;

il loro impatto diviene evidente solo quando è troppo tardi

[(Extended) Footnotes On Education, Florian Schneider[1]]

Una riforma all’italiana.

Da mesi intuivàmo che qualcosa dovesse mutare nel panorama immobile della vita d’Ateneo e nel futuro incerto dei quasi 8000 iscritti ai corsi di laurea in Psicologia, ma nessuno avrebbe immaginato che il cambiamento potesse avvenire così rapidamente né tanto radicalmente.

Di seguito i fatti.

A partire dal 1° novembre 2010[2], in assenza di proposte alternative, le facoltà di Psicologia 1 e 2 confluiranno, insieme a quella di Medicina 2,  nella nuova entità denominata ‘Scienze della Salute e del Benessere’, seguendo il moderno e innovativo esempio dei grandi Colleges inglesi[3]; peccato che, nel motivare le proprie iniziative, il Magnifico Rettore Luigi Frati scelga l’esempio meno calzante.

Infatti, prendendo in esame la composizione delle omologhe macroaree presenti nella University of Cambridge[4] o in quella di York, chiunque potrebbe invariabilmente osservare la netta ed ovvia separazione delle scienze umane (Humanities o Social Sciences) dall’area delle scienze della salute (Health Sciences School), nonché  l’indirizzo formativo di queste ultime, a carattere specificamente manageriale, riabilitativo o infermieristico; competenze solo lontanamente affini a quelle proprie dei corsi di laurea in Psicologia.

E’ proprio partendo dalla discrepanza tra idee locali di riorganizzazione e realtà formative europee che inizieremo a comprendere come si articoli e da quale spirito sia animata questa ennesima riforma dell’università, attuata non dal Governo, bensì anticipata dal Rettore di uno di quegli Atenei che avrebbe dovuto subirla.

Per quanto riportato da giornali, interviste e , soprattutto, da verbali del Senato Accademico e del CDA, la nostra Università vedrà una estrema contrazione nel numero delle Facoltà che si troverà ad ospitare nell’immediato futuro: delle attuali 23 ne rimarranno infatti unicamente 12 , ognuna delle quali avrà il compito di coordinare i corsi di laurea, di valutare la ricerca e di attribuire, in base ai risultati, minori o maggiori  risorse ai dipartimenti dai quali verrà costituita. Questi ultimi avranno inoltre la possibilità di unirsi – secondo principi di omogeneità strutturale, funzionale e didattica –  pianificando autonomamente le attività di ricerca e di formazione mediante la gestione dei fondi, dei concorsi e tramite la chiamata diretta dei ricercatori.

Ancora oscuro è invece il meccanismo che andrà a regolamentare la componente di rappresentanza  Dipartimentale in seno alle nuove Facoltà: ad oggi  – per esempio – non è ancora chiaro secondo quali modalità verranno eletti i Presidi di Facoltà, né in base a quali criteri verranno composti i Consigli ed i Nuclei di Valutazione[5], organi, questi ultimi, di fondamentale importanza nell’attribuzione “meritocratica” delle risorse, secondo quella “logica di centralità degli studenti e della ricerca”[6] estremamente cara al Magnifico Rettore.

Purtroppo, nonostante i buoni  propositi, questa visione viene immediatamente a scontrarsi con la dura realtà dei fatti: in base all’analisi dei dati MIUR, sul rapporto esistente tra pagamento dei dipendenti de La Sapienza [7] e Finanziamenti statali (FFO), emerge chiaramente che i fondi destinabili alla ricerca e all’assunzione di docenti sono stati pari al 17% del FFO nel 2008 [8] e non saranno disponibili affatto per il 2010[9].

Come pensare, allora, che con una semplice riduzione nel numero delle strutture universitarie, ma non in quello dei docenti[10] o dei loro guadagni, si riescano a reperire risorse tali da rendere la ricerca uno dei fulcri della riforma?

Attualmente sembra effettivamente impossibile pensarlo, ma al contempo pare necessario il ricorso ad un’efficace sistema di persuasione[11] che costringa i numerosi docenti di ruolo, estranei da almeno 4 anni a progetti PRIN[12], a riprendere contatto con il mondo della ricerca, invertendo da subito l’attuale tendenza negativa de La Sapienza[13] e ottenendo maggiori risorse finanziarie nei prossimi anni. Parimenti, per rendere gli studenti effettivamente protagonisti dei processi di governo d’Ateneo, o almeno di quelli riguardanti la valutazione della didattica, non è doveroso ricorrere ad una riforma ma solamente all’utilizzo di quelle leggi – europee e nazionali – che ne indicano e ne regolano i principi. Penso alle linee guida elaborate dall’Agenzia Europea per la Garanzia della Qualità [14], al D.M. 270/04 e ad altre leggi precedenti[15]: in ognuno di questi documenti gli studenti sono indicati come soggetti senza l’apporto dei quali il sistema universitario, ma più in generale quello educativo, si troverebbe a crollare. Fondamento di questo concetto dovrebbe essere l’istituzione di Commissioni Paritetiche per l’attribuzione di CFU alle attività didattiche, la creazione di Osservatori per la corretta applicazione delle norme qui ricordate e la partecipazione studentesca ad ogni Nucleo di Valutazione di Facoltà. In assenza di tali strutture e regole, quale sarà il futuro degli studenti di Psicologia e di quelli tra loro che volessero divenire neuroscienziati o dottori di ricerca, considerando il fatto che i fondi per tali attività, all’interno della nuova Facoltà che si profila, verrebbero attribuiti in particolar modo a quei dipartimenti in grado di garantire, a tre anni dalla laurea, un maggior tasso d’occupazione. Quindi, dati alla mano[16], il processo di accorpamento favorirebbe da subito i nostri colleghi medici, esclusivamente in base agli indicatori di qualità stabiliti dal MIUR[17] e mai sottoposti ad integrazione da parte di Nuclei di Valutazione ai quali afferiscano rappresentanti degli Studenti.

Pertanto, questo sarebbe il momento migliore per iniziare a pensare al nostro futuro, pretendendo l’attivazione di tutti quegli strumenti di controllo, sia della didattica che dei nostri diritti, i quali rendano possibili lo svolgimento di attività pratiche realmente formative – quali progetti di prevenzione, di ricerca sul territorio o tirocini effettivamente qualificanti –  contribuendo all’aumento della preparazione, della considerazione sociale dello psicologo  e , infine, alla flessione nel nostro tasso di disoccupazione.

Armando Alexander Napoletano


[1] e-flux journal#14, 03/2010 : http://www.e-flux.com/journal/

[2] Verbale senato accademico 17-11-2009. “Il Rettore risponde che il processo di riforma deve giungere a compimento. Fino ad allora non vi sarà alcuna soppressione. Riguardo ai tempi di realizzazione, ritiene saggio e sensato pensare che la nuova architettura decorrerà dal 1° novembre dell’anno prossimo.”Entro il 31 Marzo la confluenza dei Dipartimenti  nelle macroaree sarà ‘volontaria’, in seguito si procederà d’ufficio.

[3] Corriere della Sera Mercoledì 3 Febbraio 2010

[4] http://www.cshss.cam.ac.uk/

[5] Verbale del Senato Accademico 17-11-2009 : ”Il rettore […] risponde che […]l’Università giudica i processi a valle, la Facoltà giudica (il Nucleo di valutazione sta nelle Facoltà) i Dipartimenti, ai quali viene attribuito il budget per gestire i concorsi ed effettuare le chiamate.

[6] Verbale S.A del 17-11-2009

[7] Si considerano tali sia i docenti che il personale tecnico-amministrativo

[8] Considerando  gli attenuatori di spesa, ovvero – ad esempio – la possibilità da parte delle Università di escludere dal rapporto stipendi/FFO parte delle retribuzioni dovute al personale universitario, docente e non docente, che presti attività in regime convenzionale con il Servizio sanitario nazionale. Senza attenuatori i fondi realmente disponibili scendono al  6% di  572.000.000 di €.

[9] Il dato è da imputare al taglio sui finanziamenti operati dalla L.133/08, alla cancellazione dal 2010 dell’attenuatore precedente, ma soprattutto all’aumento vertiginoso nel numero di docenti e delle loro retribuzioni, a partire dal 1999.

[10] Verbale CdA 9-12-2009.  Il professore Violani ( Presidente del Nucleo di Valutazione Ateneo, ndA) […] precisa che un altro elemento noto  sul quale sembra difficile intervenire è l’assenza di rapporto con le risorse impegnate nei vari corsi di studio. La spesa principale fa riferimento ai costi della docenza.

[11] Ad esempio, una penalizzazione economico-istituzionale (riduzione stipendiale, nel numero di incarichi conferiti o di insegnamenti impartiti)

[12] Verbale Senato Accademico 1-12-2009. Il prof. Violani comunica che il valore dell’indicatore, relativo al numero dei partecipanti a PRIN valutati positivamente alla Sapienza, è inferiore alla mediana nazionale in ogni area CUN.

[13] Verbale consiglio di amministrazione  9-12- 2009. Il dott. Cristiano Violani afferma che il numero dei ricercatori partecipanti a progetti giudicati positivamente è aumentato, tuttavia va notato che tuttora La Sapienza in tutte le aree risulta partecipare meno della media nazionale. Sottolinea che questa è una politica da incentivare.  Si soffre, evidentemente, del fatto che in un corpo docente molto ampio e, in alcune realtà, palesemente pletorico come risulta evidente nelle Facoltà di Medicina, vi sia una quota di ricercatori non più attiva sul piano della ricerca, che fa diminuire sensibilmente gli indici di riferimento.

[14] Standards and Guidelines for Quality Assurance in the European Higher Education Area – 3rd edition (2009)

[15] Art.1, comma 2 e art.6 comma 5 della  Legge 19 ottobre 1999, n. 370 ;

art.12 comma 3 del D.M. 270/04.

[16] Dati Almalaurea 2008: professioni sanitarie infermieristiche e professione sanitaria ostetrica (SNT/1), tasso d’occupazione 75%. http://www2.almalaurea.it/cgiphp/lau/sondaggi/framescheda.php?anno=2008&corstipo=L&ateneo=70026&facolta=354&gruppo=4&pa=70026&classe=43&corso=tutti&postcorso=tutti&annolau=1&LANG=it&CONFIG=occupazione; Dati ISTAT per i laureati 2004 occupati nel 2007: Professioni sanitarie, infermieristiche e professione sanitaria ostetrica, dato nazionale di tasso occupazionale  : 98,4%

[17] Ind.A5: Percentuale di laureati 2004 occupati a tre anni dal conseguimento

del titolo. Per il calcolo dell’indicatore si rapporta il valore specifico con quello

medio per ripartizione territoriale (nord-ovest, nord-est, centro, sud, isole) –

Dati ISTAT.

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